Entro domani il tribunale del Riesame deciderà sulle richieste di scarcerazione presentate dai legali della banda di Avellino che sarebbe stata ingaggiata per piazzare l’ordigno fuori dalla casa di Sigfrido Ranucci, su mandato, per i pm, di Valter Lavitola. Gli avvocati Generoso Pagliarulo e Antonio Falconieri hanno chiesto i domiciliari per Pellegrino D’Avino, Saverio Mutone e Antonio Passariello. E l’obbligo di firma per la quarta componente, Marika De Filippis, sottoposta a braccialetto. I legali puntano anche alla derubricazione dell’accusa di strage e dell’aggravante del metodo mafioso. Una prospettiva, quella di uscire dal carcere di Rebibbia, che sembra al momento in salita, visto che tutti si sono anche avvalsi della facoltà di non rispondere e hanno rilasciato solo dichiarazioni spontanee per dire che non conoscono né Lavitola né Ranucci. Le difese puntano comunque a far cadere il metodo mafioso perché, sostengono, quello non era un commando organizzato «in stile paramilitare». Né rispondeva ad alcun clan camorristico. Soprattutto valorizzano un elemento per inquadrare l’azione in un mero atto dimostrativo, non teso a ferire o a uccidere: l’ordigno, composto da gelatina da cava deteriorata, non è stato piazzato sotto le macchine della famiglia di Ranucci - circostanza che, secondo i legali, avrebbe potuto causare un danno maggiore - ma «a ridosso» di una delle due auto parcheggiate. Più precisamente «davanti alla parte anteriore tra la ruota lato passeggero e la parte finale del cancello» della casa, sul lato in cui «non erano parcheggiati altri mezzi», si legge nell’ordinanza. Già il gip aveva derubricato la strage, rilevando che «qualora gli indagati avessero voluto provocare una esplosione di maggiore intensità (...) l'ordigno sarebbe stato collocato o sotto il pianale o comunque accanto alla parte posteriore del mezzo», dove si trova l’impianto a gas. Invece «la specifica collocazione dell’ordigno non pare di per sé sintomatica della finalità di uccidere». Inoltre, al momento della deflagrazione, alle 22.17, la strada era deserta e Passariello «che aveva collocato l’ordigno», annotava ancora il giudice, sarebbe stato «perfettamente consapevole dell'assenza di persone che potessero potenzialmente essere coinvolte». Lo stesso aveva dichiarato ai pm: «Io non sapevo che era Ranucci. Pensavo fosse una sciocchezza». E D’Avino aveva precisato: «Nessuno voleva fare male a nessuno». La vedono al contrario i pubblici ministeri, secondo i quali proprio perché le auto erano alimentate a gas gli effetti dell’esplosione avrebbero potuto essere molto più dirompenti. Anche al presunto mandante Lavitola contestano la strage.
Puntano invece sulla mancanza di una volontà di uccidere i difensori della banda, oltre che sull’assenza ancora di un movente, il cui perimetro al momento sarebbe comunque lontano da ritorsioni intimidatorie da parte della criminalità organizzata. Sottolineano poi l’assenza del pericolo di fuga, visto che gli indagati avrebbero già avuto la possibilità di andare in qualche Paese europeo, finanziati, per i pm, dai presunti mandanti. Ma «non sono andati da nessuna parte, e quando sono arrivati i carabinieri per arrestarli si sono consegnati», fa notare Falconieri che difende D'Avino e De Filippis.
Si attendono i risultati dell’esame dei telefonini di Lavitola, dove sarebbero emerse chat di interesse investigativo con il suo factotum, il camerunense Gomes Clesio Tavares, tuttora in Camerun.
E i bombaroli ammettono: dovevamo solo fare scena
Scritto il 21/07/2026