La nuova bozza della Commissione europea sugli aiuti di Stato - in vista del Consiglio Ue la prossima settimana a Cipro - prova a rispondere all'ennesimo shock energetico con strumenti già visti, aggiornati alle tensioni in Medio Oriente. La possibilità per i governi di coprire fino al 50% dei costi extra per carburanti e fertilizzanti nei settori più esposti come l'agricoltura, insieme all'estensione fino al 70% degli interventi per le industrie energivore, segna un cambio di passo rispetto ai limiti del passato. Ma resta una linea di fondo che non cambia: più flessibilità sì, purché compatibile con i vincoli di bilancio. Ed è proprio qui che si apre il nodo politico.
Come ha osservato il ministro degli Affari Ue Tommaso Foti, "la Commissione ha iniziato a fare alcune proposte che devono essere oggetto di valutazione", citando in particolare il coordinamento degli approvvigionamenti e l'allentamento sugli aiuti di Stato. Tuttavia, lo stesso Foti ha richiamato il punto centrale: il problema reale resta il costo strutturale dell'energia e la necessità di intervenire sulle componenti della bolletta, anche attraverso una revisione della disciplina Ets. In altre parole, le misure europee appaiono utili ma non risolutive, soprattutto in un contesto in cui - ha ricordato - il governo è già intervenuto con risorse significative. Su una linea più netta si colloca Matteo Salvini, secondo cui "non basta derogare la normativa sugli aiuti di Stato, è un pannicello caldo". Il vicepremier spinge per una risposta più ampia, a partire dalla sospensione del Patto di Stabilità, ritenuta necessaria di fronte a uno shock energetico che giudica persino più grave di quelli legati alla pandemia e alla guerra in Ucraina. Il punto, al di là dei toni, resta politico ed economico insieme: senza margini di bilancio comuni, il rischio è che la flessibilità finisca per favorire solo i Paesi più forti.
A fare da contrappunto alle aperture europee è l'analisi del Fondo Monetario Internazionale, che invita alla prudenza. Dal Fiscal Monitor emerge una linea chiara: la stagione della spesa espansiva non può proseguire all'infinito. "La finestra per un aggiustamento fiscale ordinato si sta restringendo", è l'avvertimento che arriva da Washington, insieme all'indicazione che per stabilizzare il debito serviranno interventi sia sul lato delle entrate sia su quello della spesa. Tradotto: meno deficit e, inevitabilmente, più tasse o tagli al costo dello Stato.
Sul capitolo italiano, il Fmi traccia un sentiero di rientro solo parziale. Il deficit è visto al 2,8% nel 2026 e al 2,6% nel 2027, dopo un 2025 indicato al 3,1% ma ancora preliminare, mentre il rapporto debito/Pil continua a salire, dal 137,1% al 138,8% nell'arco del triennio. Una dinamica che segnala come la riduzione del disavanzo non basti, da sola, a invertire la traiettoria. Da qui le raccomandazioni del Fondo: razionalizzazione delle spese fiscali, rafforzamento della compliance e collegamento del consolidamento a politiche per la crescita, a partire dall'attuazione del Pnrr. Un'impostazione che insiste sul lato delle entrate e sull'aggiustamento dei conti e che, se applicata in una fase di rallentamento ciclico, rischia però di tradursi in una spinta restrittiva sull'economia reale.
A confermare il quadro è l'Ufficio parlamentare di bilancio, che nella sua ultima Nota sulla congiuntura evidenzia come l'impatto della crisi energetica sul Pil italiano possa arrivare fino a mezzo punto percentuale nei prossimi anni, con un'inflazione in aumento e una dinamica economica indebolita. Già nel primo trimestre del 2026 la crescita si muove tra lo 0,1 e lo 0,2%, segnale di un'economia che rallenta sotto il peso dell'incertezza globale.
La combinazione tra le proposte europee e le raccomandazioni del Fondo rischia, perciò, di produrre un effetto paradossale: da un lato interventi emergenziali limitati e condizionati, dall'altro una pressione crescente verso il consolidamento fiscale. La giusta ricetta per la recessione. Quella che il ministro Giorgetti vuole evitare a tutti i costi.