Gentile Direttore Feltri,
ho letto con stupore e anche con disappunto le sue dichiarazioni sul Papa, in cui avrebbe usato parole molto dure, arrivando addirittura a offenderlo. Capisco la libertà di critica, ma non crede di aver superato un limite? In fondo il Papa fa il Papa, e invocare la pace non mi sembra una colpa. Le chiedo: perché arrivare a tanto?
Rossella Branca
Gentile Rossella,
capisco il tuo stupore. E capisco anche la tua perplessità. Non ho mai fatto mistero, del resto, di utilizzare talvolta un linguaggio diretto, persino brutale, che può urtare la sensibilità di chi è abituato a toni più misurati.
Fa parte del mio modo di scrivere e di pensare, che non è cambiato negli anni e che non intendo cambiare oggi per compiacere il clima del momento.
Detto questo, però, permettimi di fare chiarezza. Lo ritengo doveroso. Innanzitutto, trovo bizzarro che tutti sentano l’esigenza di schierarsi, come se si fosse in guerra, o contro Trump o contro il Papa, o a favore dell’uno oppure dell’altro. Io sono stato l’unico forse a rifiutarmi di aderire a questa logica da stadio. E non ho difeso affatto Donald Trump attaccando il papa. Anzi.
Ho affermato in maniera inequivocabile che il suo atteggiamento nei confronti del pontefice è stato sopra le righe, e ho definito il presidente americano, senza giri di parole, “insopportabile”. Dunque, nessuna indulgenza nei confronti del tycoon, che si è posto di traverso nei confronti di una figura che per noi occidentali, inclusi i non credenti, rappresenta una guida spirituale e merita il massimo rispetto. Allo stesso modo, tuttavia, ho espresso una critica nei riguardi del Santo Padre. Ma si badi bene: non alla sua funzione, non al suo ruolo, non alla sua persona in quanto tale. Io sono ateo ma non sono mai stato anticlericale, tutt’altro. Mi sono limitato ad esternare disappunto sul registro comunicativo, il tono, il contenuto di certe uscite pubbliche di Leone, che trovo spesso generiche, ripetitive, stucchevoli, poco incisive rispetto alla complessità del tempo che stiamo vivendo, quindi deboli dal punto di vista dialettico. Quando parlo di “banalità” o di “prediche da parroco”, non intendo insultare, ma segnalare un limite. Il mondo è attraversato da conflitti drammatici, da tensioni geopolitiche enormi, da uno scontro tra modelli di civiltà. In questo contesto, limitarsi a invocazioni generiche alla pace rischia di apparire, almeno ai miei occhi, insufficiente, se non addirittura fuori fuoco.
Tu giustamente osservi, cara Rossella: “il Papa fa il Papa”. Quindi invoca la pace, l’amore, la concordia, la fratellanza. È vero. Ma proprio perché fa il Papa, e non un semplice pretino di provincia, ci si aspetta qualcosa di più. Una parola che sia sì spirituale, ma anche all’altezza della realtà. Una parola che non si limiti a consolare, ma che sappia anche interpretare il mondo. Vengo al punto che più ti scandalizza. Sì, ho usato un termine volgare. Non lo nego. E non mi nascondo dietro un dito. È stato un errore grossolano. Sì, ammetto che è stato un eccesso, un termine fuori misura, che ha finito per oscurare il senso del ragionamento che stavo facendo. Questo lo riconosco senza difficoltà. Ma attenzione: un sostantivo sbagliato non rende sbagliato tutto il pensiero. Rivendico il diritto di criticare il Papa. Il Papa non è Dio. È un uomo, un leader religioso, una figura pubblica che interviene nel dibattito mondiale.
E come tale può essere discusso, contestato, giudicato.
Se venisse negata tale libertà, non saremmo più una democrazia né un ordinamento che si fonda anche sulla laicità. Viviamo in un’epoca in cui si pretende di rendere intoccabili alcune figure, di sottrarle al confronto, di blindarle dietro un’aura di sacralità che dovrebbe impedire qualsiasi critica. Io non ci sto. Non ci sono zone franche nel dibattito pubblico.
Puntualizzato questo, non sono cieco. So bene che il pontificato è iniziato da poco, che ogni Papa ha bisogno di tempo per trovare una propria cifra, un proprio equilibrio, una propria voce. Non ho difficoltà a riconoscere che siamo ancora in una fase iniziale e che, forse, certi giudizi potranno essere rivisti alla luce di un percorso più lungo. Ma questo non mi impedisce di dichiarare ciò che penso. Perché il punto, cara Rossella, è sempre lo stesso: si può sbagliare una parola, ma non si deve rinunciare a un’idea.