Da regime religioso a regime militare estremista. La campagna militare di Stati Uniti e Israele contro l’Iran avviata il 28 febbraio scorso e sospesa da un cessate il fuoco a tempo prossimo alla scadenza, sembra aver ottenuto il contrario dei suoi obiettivi: il crollo del sistema di potere a Teheran o, come alternativa, il suo ammorbidimento in favore di una leadership più moderata. Obiettivi che, per la verità, Donald Trump e Benjamin Netanyahu non hanno ben delineato, o comunicato confusamente, durante i circa 40 giorni di bombardamenti dall’alto coordinati da Pentagono e Idf.
Washington e Tel Aviv speravano infatti che la decapitazione dei vertici della Repubblica Islamica, a partire dall’uccisione il primo giorno del conflitto di Ali Khamenei, a cui è succeduto suo figlio Mojtaba, portasse al crollo del regime, o almeno all’emergere di elementi più disposti a piegarsi agli interessi americani e israeliani. Una soluzione “alla Delcy”, dal nome della numero due del regime venezuelano, subentrata a Nicolás Maduro dopo la sua cattura da parte dei militari statunitensi.
Il vuoto creato dai raid dei due Paesi alleati, scrive in queste ore il Wall Street Journal, è stato invece colmato da nuovi leader radicali che stanno dimostrando scarso interesse per i compromessi politici. Sia in patria che all’estero. “La guerra ha cambiato il regime, e non in meglio”, ha dichiarato Danny Citrinowicz, ex responsabile della sezione Iran dell’intelligence israeliana, il quale aggiunge che “abbiamo creato una realtà peggiore di quella che gli iraniani vivevano prima del conflitto”. Una valutazione non condivisa da Donald Trump, il quale pochi giorni fa ha definito “più ragionevoli” i nuovi signori di Teheran, nonostante, come reso evidente ai colloqui in Pakistan, essi continuino a mostrare una linea oltranzista su questioni chiave come il programma nucleare e il controllo sullo Stretto di Hormuz, considerata, quest’ultima, la nuova e forse più potente arma in mano ai pasdaran.
Il quotidiano Usa riporta che i falchi iraniani, ideologi anti-occidentali intolleranti al dissenso interno, ora dominano la leadership politica e militare dell’Iran, galvanizzati da una guerra che molti di loro interpretano come la premonizione del ritorno di un messia sciita. Effetto non desiderato dell’operazione di Stati Uniti e Israele che ha dunque permesso a tali esponenti di ottenere ancora più potere rispetto a quanto ne possedevano già sotto Khamenei padre.
L’attuale leadership del regime degli ayatollah ha dimostrato di non avere fretta di trovare un accordo per porre fine al conflitto, attaccando quotidianamente con droni e missili i loro vicini arabi e bloccando lo Stretto di Hormuz. Sul fronte interno, i padroni di Teheran hanno invece intensificato la repressione contro l’opposizione attraverso arresti, esecuzioni e minacce nei confronti di potenziali manifestanti.
Al vertice del nuovo sistema c’è Mojtaba Khamenei, scelto dai religiosi iraniani, le cui condizioni non sono però ancora ben chiare. Sarebbe sopravvissuto al blitz aereo che ha ucciso suo padre e diversi membri della sua famiglia ma, dalla sua nomina, non è apparso in pubblico. In assenza della nuova Guida Suprema, i leader che rappresentano la Repubblica Islamica hanno mantenuto una linea inflessibile nonostante i pesanti bombardamenti su strutture militari, impianti energetici e infrastrutture civili dell’Iran.
Khamenei, scrive ancora il Wall Street Journal, si affiderebbe ad una rete di alleati fidati definita dagli analisti il “Circolo Habib”. Tra i suoi membri, infatti, oltre allo stesso Mojtaba, figurano molti veterani della guerra in Iraq, i quali hanno prestato servizio nel Battaglione Habib delle Guardie Rivoluzionarie. Un’unità militare nota per attrarre radicali ed intitolata ad una figura del VII secolo dell’Islam sciita, venerata per aver sacrificato la propria vita in battaglia.
La radicalizzazione del regime appare inoltre evidente dalla nomina a capo della sicurezza nazionale iraniana di Mohammad Bagher Zolghadr, ex comandante delle Guardie Rivoluzionarie che ha dichiarato di voler sconfiggere Israele e conquistare il suo territorio. Il suo curriculum, per Washington, non è dei più incoraggianti. Prima della rivoluzione, Zolghadr era a capo di un gruppo di guerriglieri che uccise un ingegnere petrolifero americano e fu personalmente coinvolto nell’assassinio di due poliziotti. Durante il conflitto con l’Iraq, contribuì a fondare la Forza Quds, specializzata nell’addestramento di milizie straniere al fine di attaccare i nemici della Repubblica Islamica, e un altro gruppo paramilitare specializzato nella violenza contro gli oppositori politici. Le sue posizioni erano così estremiste che persino uno dei suoi subordinati, Qassem Soleimani, il celebre leader della Forza Quds ucciso in un raid Usa nel 2020, si dimise temporaneamente per protesta. L’influenza di Zolghadr sui colloqui con gli Stati Uniti sarebbe notevole.
Altra figura in ascesa nel regime iraniano è Ahmad Vahidi, il nuovo comandante in capo delle Guardie Rivoluzionarie, accusato di aver partecipato all’attentato del 1994 contro un istituto ebraico di Buenos Aires in cui persero la vita 85 persone. Vahidi, ex ministro degli Interni, ha fondato una scuola di formazione per funzionari pubblici, fucina di una nuova generazione di leader politici in Iran. Terzo elemento chiave è Mohsen Rezaie, anche lui legato alla strage in Argentina e attualmente consigliere militare di Khamenei. Ex comandante delle Guardie Rivoluzionarie negli anni Ottanta, Rezaie mise in atto una strategia contro l’Iraq di Saddam Hussein contribuendo a prolungare una guerra trascinatasi per otto anni. La strategia da lui declamata rispetto alla guerra con Washington e Tel Aviv: “la risposta iraniana non sarà più occhio per occhio. Sarà testa per occhio, mano e piede per occhio”. E adesso, avvertono gli analisti, la presa del comando da parte delle Guardie Rivoluzionarie rende più probabile il prolungamento della guerra.

