Quel plotone di magistrati che ha costruito il teorema

Scritto il 05/06/2026
da Felice Manti

Le narrazioni assurde che hanno mescolato per anni Cosa Nostra, servizi e massoneria

M come mafioso, M come menzogna. Viene sepolta (definitivamente?) dopo più di 30 anni la strampalata ipotesi del Silvio Berlusconi mafioso e bombarolo tramite i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, che a lui avrebbero prestato 20 miliardi per costruire Milano 2 e Fininvest.

Ci saranno tante toghe affrante al funerale di una delle più colossali balle giudiziarie della Seconda repubblica, sopravvissuta grazie alla pervicacia di magistrati ostaggio di un puzzle di teoremi. Tanti di loro dovrebbero chiedere scusa all'Italia e alle vittime di quelle stragi. La lettera scarlatta che avrebbero voluto marchiare sulla lapide del Cavaliere resta appiccicata a loro, incapaci di vedere che dietro quella stagione si stava consumando una faida interna alla Procura di Palermo, come sta faticosamente scoprendo il procuratore di Caltanissetta Salvatore de Luca rivelando gli strani affari immobiliari di alcuni suoi ex colleghi con imprenditori in odore di mafia su cui si erano sostanzialmente dimenticati di indagare, ma questo è il momento dell'elaborazione del lutto.

A portare il feretro saranno l'ex pm a riposo Luca Turco e Luca Tescaroli, promosso da Firenze a procuratore di Prato. Sono stati loro a insistere su una verità claudicante che ne ha glorificato carriere e presunti meriti. Ci sono magistrati come Nino di Matteo, uno che si è bevuto le panzane del depistatore Salvatore Scarantino e ha provato a difenderle quasi gli appartenessero, c'è il pm Antonio Ingroia (foto a destra) che su questo teorema ha ottenuto la condanna di Marcello Dell'Utri e ha tentato malamente la strada della politica, c'è Roberto Scarpinato (foto a sinistra) che nel suo Sistemi criminali ci ha costruito una sceneggiatura che mescola mafiosi e 'ndraghetisti, massoni e deep State con i soliti servizi segreti deviati (come fossero tutti a busta paga di Berlusconi) che ha incassato uno scranno, vicino proprio a quelle forze politiche che hanno davvero raccolto il dividendo di quelle stragi.

Abbiamo visto mafiosetti come Massimo Ciancimino e balordi come Salvatore Baiardo idolatrati e coccolati in tv perché funzionali a questa narrazione su una fantomatica «pista nera» che portava a pezzi di Stato deviati di cui Berlusconi sarebbe sempre stato il regista occulto; abbiamo visto foto fantasma che avrebbero ritratto l'ex premier con uno dei fratelli Graviano e il defunto generale dei carabinieri Francesco Delfino, perfetta (se fosse vera, ma non lo è) per tenere insieme un puzzle appiccicato con la saliva dei soliti cortigiani delle procure: la sinistra Cassazione di Marco Travaglio, Massimo Giletti e Michele Santoro, il partito di Repubblica, la Raitre diventata Telekabul, gli epigoni su La7 come Roberto Formigli. Mentre si battono il petto e piangono lacrime di coccodrillo a comando a ogni anniversario i veri nemici in vita di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, magistrati contrari al correntismo, la cui morte civile e giudiziaria è iniziata in un Csm a guida toghe rosse. E infatti la verità resta tuttora orfana di mandanti veri.

Nell'epoca della post verità non conta che un fatto sia vero, basta che sia verosimile e che attecchisca in un peloso pregiudizio. Berlusconi esce assolto da morto, a morire è la residua credibilità di una magistratura, incapace di incassare l'immeritato successo referendario.