Stipendi, pugno duro della Cassazione: pesanti sanzioni per chi paga in contanti

Scritto il 16/04/2026
da Federico Garau

Qualche azienda continua ancora a non utilizzare strumenti tracciabili, la stretta degli Ermellini

Dal 1° luglio 2018 non è più possibile pagare lo stipendio in contanti in Italia: lo ha determinato la Legge di Bilancio 2018 (Legge n. 205/2017), che obbliga i datori di lavoro a versare salari, anticipi e acconti esclusivamente tramite metodi tracciabili, come ad esempio bonifici o assegni, per garantire la massima trasparenza nei flussi di denaro.

Ciò nonostante, alcune aziende continuano tuttora a non recepire questa direttiva, tanto che di recente la Corte di Cassazione si è pronunciata nuovamente sul tema, focalizzando la propria attenzione nello specifico sulla valutazione delle conseguenze che tale violazione può comportare ai trasgressori. Con la sentenza n. 6633/2026 (ordinanza del 20 marzo 2026), è arrivata un’ulteriore stretta sull’argomento da parte degli Ermellini, i quali non solo hanno ribadito che il pagamento in contanti dello stipendio non è lecito, ma hanno stabilito che la conseguente sanzione amministrativa va applicata per ogni singola dazione di denaro non tracciata, eliminando di fatto il cumulo giuridico e inasprendo le multe previste.

Non si è trattato, pertanto, di un intervento normativo in senso stretto, essendo il divieto in vigore da anni, bensì di una novità della sua interpretazione sanzionatoria: la Suprema Corte ha infatti stabilito che ogni singola settimana o mese di pagamento in contanti costituisce una violazione autonoma e come tale va valutata e colpita separatamente. Cosa che comporta, in primis, il pagamento di multe più elevate. Gli Ermellini hanno in sostanza escluso l'applicazione dell'art. 8 della Legge n. 689/1981, impedendo ai datori di lavoro di beneficiare di una sanzione ridotta (cumulo giuridico) per una serie di violazioni della stessa natura, una stretta di peso di certo non irrilevante.

Pagare i dipendenti in contanti comporta seri rischi, con multe che sono comprese tra i mille e i 5mila euro. Anche se in genere si può concludere la controversia con un pagamento ridotto di 1.666,67 euro, la sentenza n. 6633/2026 della Cassazione ha chiarito un punto cruciale: questa deve essere applicata a ogni singola erogazione di denaro in favore del lavoratore, facendo lievitare notevolmente l'importo totale dovuto. Nessuna possibilità di appellarsi alla “diffida”, istituto che, in caso di accertamento di alcuni illeciti amministrativi, permette al datore di lavoro di "sanare" la violazione entro un certo termine pagando una sanzione ridotta.

L’esclusione del cumulo giuridico può comportare ad esempio per il datore di lavoro, nel caso in cui ci si riferisca a un pagamento effettuato ogni mese per un anno intero, a una sanzione di oltre 20mila euro. Più i pagamenti sono frazionati, e pertanto numerosi, e peggio è per il titolare, che dovrà corrispondere la medesima cifra per ogni singola dazione.